Vita di Alessandro Stradella

L’esistenza rocambolesca di Alessandro Stradella fin dall’Ottocento ha ispirato – e ispira tuttora – romanzi, film e opere, che ripropongono l’ideale romantico del genio maledetto, tanto più genio quanto più maledetto e spregiudicato. Allo stato attuale delle ricerche archivistiche Stradella nacque a Nepi attorno agli anni quaranta del Seicento, ma le prime testimonianze sulla vita del compositore risalgono solo agli anni cinquanta, quando la sua presenza è attestata a Roma a palazzo Lante, in cui egli e il fratello figurano come paggi e la madre vedova come dama di corte. Non si hanno notizie sulla sua formazione musicale, salvo un paio di ipotesi: potrebbe aver studiato a Roma con Ercole Bernabei (lo sostiene il musicista settecentesco Francesco Maria Veracini), o a Bologna negli anni in cui il padre Marc’Antonio era di stanza in Emilia per la guerra di Castro.

Di sicuro attorno ai vent’anni godeva già come compositore di una certa notorietà, dato che fu incaricato di scrivere uno dei cinque oratori in latino eseguiti nella Quaresima del 1667 presso l’oratorio romano del Crocifisso di San Marcello: è il suo primo lavoro datato che si conosca, pur non pervenuto. Tuttavia, già a settembre dello stesso anno, iniziò a mettersi nei guai: fu accusato di aver tentato di maritare, per soldi, un’anziana signora con un giovane uomo, i cui parenti non gradirono. Nonostante importanti committenze private, a Roma non aveva un impiego fisso e poteva solo contare su ingaggi occasionali, che evidentemente non lo fecero desistere da altre possibilità di guadagno, non sempre lecite. Si prodigò a comporre musica per occasioni celebrative della nobiltà romana, scrivendo, per esempio, il Lamento del Tebro (1671) per l’unione fra una Pamphilj e un Doria, la serenata «Ecco Amore che altèro risplende» per le nozze fra un’Altieri e un Colonna, e la serenata Il duello (1674) per l’intrattenimento di Cristina di Svezia. All’inizio degli anni settanta, con l’apertura del primo teatro pubblico romano, il Tordinona, Stradella fu coinvolto nelle sue produzioni dall’impresario Filippo Acciaioli: creò prevalentemente sezioni di cornice per repliche di opere veneziane, ovvero prologhi e intermedi, ma in un caso, il Novello Giasone (1671), anche arie. Una dei suoi lavori oggi più celebri, l’oratorio San Giovanni Battista, fu composto per la Quaresima dell’anno giubilare 1675 ed eseguito nella chiesa romana di San Giovanni dei Fiorentini, all’interno di una rassegna con quattordici oratori di autori diversi.

Nell’ottobre 1676 chiese protezione e ospitalità nella Serenissima al nobile veneziano Polo Michiel, che aveva stretti contatti con l’ambiente artistico e l’aristocratico romano, dovendo lasciare Roma per «una certa disgrazia» occorsa – così disse. Pare che, ancora una volta, avesse tentato di combinare un matrimonio, facendo sposare un nipote del cardinale Cybo niente meno che con una cortigiana e suscitando così le ire della potente famiglia del primo. Di fatto, all’inizio dell’anno successivo, il 1677, era già a Venezia, dove – non pago dei precedenti – combinò l’ennesimo guaio, quello che poi diventerà leggendario. Fuggì a Torino con una pupilla del nobile Alvise Contarini, Agnese van Uffele, a cui dava lezioni di canto, e nella città sabauda i due amanti trovarono rifugio in conventi. Contarini, giunto a Torino per vendicare il sopruso e capire le intenzioni della sua pupilla, apprese che la donna voleva sposare Stradella e cercò di rassegnarsi, ma quando la tensione diplomatica si attenuò, nell’ottobre 1677 il musicista fu barbaramente aggredito in piazza San Carlo da due sicari, probabilmente al soldo dello stesso Contarini.

Compromessa definitivamente la sua credibilità a Torino, all’inizio dell’anno successivo, il compositore decise di trasferirsi a Genova, dove fu accolto a braccia aperte e probabilmente ospitato da uno degli esponenti più in vista dell’aristocrazia locale, Franco Imperiale Lercaro. Costui, insieme ad altri, era socio del Teatro Falcone, che divenne uno dei primi sbocchi professionali di Stradella: oltre a scrivere musica sacra, da camera e a impartire lezioni private, fu infatti incaricato di produrre un’intera stagione d’opera, quella fra il 1678 e il 1679. Per l’occasione mise in musica due libretti di Nicolò Minato già intonati e rappresentati a Venezia, Il Seleuco e Muzio Scevola, da cui nacquero rispettivamente La forza dell’amor paterno e Le garre dell’amor eroico; e infine scrisse una nuova opera, di carattere comico, Il trespolo tutore. Il suo incarico al Falcone si concluse quello stesso anno, il 1679, per un passaggio di proprietà del teatro (dagli Adorno ai Durazzo) che ne cambiò la politica gestionale, ma Stradella continuò a comporre musica teatrale. Nel 1681 intonò il libretto del Moro per amore del nobile poeta romano Flavio Orsini, su commissione del medesimo ma mai rappresentato, probabilmente la Doriclea, e il Barcheggio per le nozze di una Brignole con uno Spinola. Purtroppo non poté comporre ancora per molti mesi, perché all’inizio dell’anno successivo, il 25 febbraio 1682, fu assassinato in Piazza dei Banchi, senza che siano mai stati individuati i colpevoli e appurato il movente del delitto. Ora riposa nella chiesa genovese di Santa Maria delle Vigne.

© Andrea Garavaglia